Da visitare, a pochi minuti da Villa Grancassa:

ALVITO
borgo medievale dalla caratteristica forma del ferro di cavallo, appartenente alla Signoria dei Conti d' Aquino dominava  tutti i comuni della Valle.
Successivamente feudo della famiglia Gallio di Como,  e' ancora oggi la capitale culturale  della Valle di Comino e patria di uomini illustri.
Dall'alto del suo palazzo ducale, circondato da fedeli cortigiani, il Signore governava i castelli” del lo Stato d'Alvito” con  la sua  “bella et vaga prospettiva” apprezzata, in tempi piu' recenti, anche dal grande poeta Giacome Leopardi.
La città possiede diversi beni artistici e monumentali: il Palazzo ducale Gallio, il Palazzo Elvino eretto dall'omonimo prelato di curia, tesoriere di Paolo III, il Palazzo Mazzenga, il Palazzo Ferrante, il Palazzo Castrucci, il Palazzo Sipari (questi tutti di epoca moderna), il Palazzo Panicale e il Palazzo Graziani. In quest'ultimo si conservava il museo omonimo, la cui raccolta di cimeli, soprattutto di guerra, è stata dispersa a partire dal secondo dopoguerra.
Da visitare il palazzo ducale Il Palazzo ducale, cominciato nel Quattrocento, di fatto ricostruito dal cardinale Gallio all’inizio del Seicento e completato, con interventi anche successivi, intorno al 1633, è uno dei monumenti più interessanti di Alvito. Eretto sulla strada d’accesso alla cittadina, si presenta con una bella facciata barocca, sopra un porticato. L’ampio scalone conduce al primo piano articolato in sale e saloni decorati ad affresco con soffitti a cassettoni e belle porte barocche. Malgrado le spoliazioni operate nei secoli e la vendita di pitture (del De Matteis e di Luca Giordano), di arazzi (su disegno del Rubens) e di altri arredi, il palazzo si presenta ancora fastoso. Nella sala originariamente destinata ai ricevimenti, si conservano quattro grandi tele, attribuite alle scuole di Luca Giordano e di Nicola Melanconico, rappresentanti Tobia e Tobiolo, Diana ed Endimione, Olindo e Sofronia e il Giardino di Armida.
Il Castello è caratterizzato da una grande muraglia, con torrioni angolari e due cortili interni, mentre all’esterno vi è un grande piazzale triangolare. Prima dei crolli del dopoguerra esisteva un grande salone interno con volte gotiche dello stesso stile del portale. Vicino al castello si trova il borgo, anch’esso difeso da ampie mura, in cui si aprono diverse porte (anticamente erano tredici), che immettevano in altri due insediamenti alvitani.
La Parrocchiale di San Simeone, eretta nella forma attuale nel Settecento, ha navata unica, con soffitto a cassettoni decorato d’oro. Sui diversi altari campeggiano pale del Seicento e dell’Ottocento. Nella sacrestia si conservano una Crocifissione attribuita al Cavalier d’Arpino, e una pregevole Presentazione al tempio attribuita ad Antonio Solaro, detto “lo zingaro”. Un’altra Presentazione, dipinta su tela e posta sulla volta della chiesa, è attribuita a Francesco Sacco ed è datata al 1738. Inoltre vi sono due cori di legno massiccio, opera di Basilio Bonanno e Giuseppe Ergenberg, autore anche del pulpito, mentre una statua lignea raffigurante la Madonna di Loreto è di Giovanni Stolz.
La Chiesa di Santa Maria del Campo esiste sin dal 1090: si tratta di un’antica costruzione rurale, eretta in forme romani che sopra un tempio di Venere, che conserva tracce di affreschi d’impostazione bizantina ed altri del XV-XVI secolo. Uno di questi, rappresentante la Madonna delle Grazie, è attribuito a Taddeo Zuccari. La testa della statua lignea della Madonna del Campo è del 1426. Nell’atrio si conserva una raccolta di reperti archeologici. Il Convento di San Nicola, francescano, fondato nel 1516, ampliato e restaurato a partire dal 1720, presenta facciata e interno nel più caratteristico barocco tipico dell’area. Fu arricchito d’opere d’arte da papa Clemente XIV, già cardinale Ganganelli, che aveva insegnato nel convento alvitano. Sugli altari della chiesa campeggiano sette grandi pale, attribuite alla scuola di Sebastiano Conca. Nella sacrestia vi sono armadi i cui pannelli rappresentano otto scene bibliche. Santa Maria Assunta del Castello, l’antica chiesa castellana, attualmente a tre navate, è stata ricostruita nel Settecento. Nel suo interno v’è un ricco patrimonio artistico con affreschi e pitture su tela.
Antica arte è quella della pasticceria, che dall'ottocento crea raffinatissimi dolci, come i gustosissimi torroni tagliati e incartati a mano secondo la tradizione.

ARPINO
Vi nacquero Marco Tullio Cicierone, Caio Mario, Marco Vipsanio Agrippa ed il noto pittore rinascimentale Giuseppe Cesari detto il Cavalier d'Arpino; in tempi moderni Arpino ha dato i natali tra l'altro al professor Pasquale Rotondi, noto come il salvatore dei capolavori dell'arte italiana durante l'ultima guerra mondiale; l'artista Umberto Mastroianni e il compositore Ennio Morricone sono inoltre cittadini onorari di Arpino, essendo le loro famiglie di origini arpinati e ancor oggi ivi radicate.
Storicamente parte dell'antica provincia di Terra di lavoro in Campania, trasferito al Lazio nel periodo fascista. Fu un noto centro tessile nel XIX secolo nonché sede di una famosa scuola di liutai del maestro Luigi Embergher.
 Le origini di Arpino si perdono nella notte dei tempi. Narra la leggenda che essa sarebbe stata fondata dal dio Saturno, protettore delle messi, così come altri centri della Ciociaria (Alatri, Ferentino, Atina, Anagni). I suoi primi abitatori furono identificati con i mitici Pelasgi, la popolazione preellenica alla quale la tradizione attribuisce la realizzazione del gigantesco sistema fortificato delle “mura ciclopiche”, dette per questo “pelasgiche”, ancora oggi visibile in località Civitavecchia e in numerosi punti dell’abitato cittadino.
In realtà, i primi ad insediarsi nella zona furono i Volsci, la cui presenza è documentata sin dal VII sec. a.C. Conquistata dai Sanniti nel IV sec. a.C., passò dopo breve tempo sotto il dominio di Roma, con il diritto di civitas sine suffragio. La città divenne così il centro di irradiazione della civiltà romana nella Valle del Liri. Nel 188 a.C. ottenne a pieno titolo il diritto alla cittadinanza romana, diventando civitas cum suffragio, grazie anche al contributo in termini di uomini che Arpino dette a Roma nella guerra contro Annibale. Durante il consolato di Caio Mario l’Ager Arpinas (il territorio del municipium arpinate) si estendeva dal villaggio di Cereatae Marianae, l’odierna Casamari, fino ad Arce. Con l’età imperiale la città conobbe un periodo di declino.
Durante l’Alto Medioevo Arpino fu più volte territorio di conquista: nel 702 cadde sotto il dominio del duca longobardo di Benevento, Gisulfo I. Nell’860 fu presa dai Franchi al comando del conte Guido, quindi seguirono l’invasione degli Ungari e le devastanti incursioni dei Saraceni al principio del X secolo. Dopo l’anno Mille Arpino fu dominio normanno con Roberto, duca di Caserta. Nel XIII sec., con l’arrivo nell’Italia meridionale degli Svevi, subì drammatiche distruzioni ad opera di Federico II (1229) e di Corrado IV (1252). Quest’ultima incursione, culminata in un rovinoso incendio, cancellò molte delle antiche vestigia romane conservate nella città e costrinse la popolazione superstite a rifugiarsi nella vicina località fortificata di Montenero.
Con la conquista del Regno di Napoli da parte degli Angiò, nel 1265, Arpino conobbe una significativa ripresa. A questo periodo risalgono infatti molte opere di fortificazione, tra le quali i torrioni e i castelli di Civitavecchia e di Civita Falconara.
Nel corso del XIV secolo fu feudo della famiglia degli Etendard e dei Cantelmi. Nel 1409 il re di Napoli Ladislao d’Angiò-Durazzo le concesse il privilegio di città demaniale, sottraendola così alla giurisdizione feudale. Il sovrano vi stabilì anche una guarnigione militare, che si insediò nel castello ancora oggi denominato “Castello di Ladislao”, sovrastante la rocca di Civita Falconara. Il re trascorreva lunghi periodi nel castello arpinate, punto strategico per la difesa dei confini settentrionali del Regno.
Durante il conflitto tra Angioini ed Aragonesi (1458-1464), papa Pio II, celebre cultore del mondo classico, ordinò alle sue truppe di risparmiare dal saccheggio Arpino, sostenitrice degli Angiò, in memoria dei suoi due illustri cittadini, Cicerone e Caio Mario.
Dalla fine del XV secolo la città appartenne alla famiglia dei Marchesi d’Avalos, e nel corso del Cinquecento vi soggiornò più volte Vittoria Colonna, moglie del marchese Francesco Ferrante d’Avalos, poetessa, intellettuale, amica e confidente di Michelangelo Buonarroti.
Acquistata dai duchi Boncompagni nel 1583, entrò a far parte del territorio del ducato di Sora e vi rimase fino al 1796. I secoli XVII e XVIII videro la sua massima espansione economica e demografica, sostenuta dallo sviluppo delle sue manifatture laniere, grazie alle quali il nome di Arpino divenne celebre in tutta l’Europa del tempo come sinonimo di fervida città industriale. Sorsero e prosperarono lanifici all’avanguardia per le tecniche di lavorazione, e pressoché tutta la popolazione fu impegnata nell’attività produttiva. Divenne inoltre un rinomato centro di cultura e di istruzione, dove fiorì un eccellente collegio gestito dai padri Barnabiti.

Nel 1796 tornò a far parte a pieno titolo del Regno di Napoli, del quale condivise le sorti. Nel 1799 subì le drammatiche conseguenze della guerra tra i francesi sostenitori della Repubblica Partenopea ed i filoborbonici. Nel 1814 Gioacchino Murat, allora Re di Napoli, vi istituì il Convitto Tulliano, sul modello dei licei francesi.
Con l’Unità d’Italia Arpino si trovò a condividere con il resto dell’ex Regno borbonico i problemi e le contraddizioni dell’unificazione. La decadenza dell’industria laniera e la contrazione dello sviluppo economico provocarono un forte flusso migratorio dei suoi abitanti verso il Nord Europa e l’America.
Nel 1927 la città entrò a far parte della neo-costituita provincia di Frosinone.
I tristi eventi della Seconda Guerra Mondiale segnarono tragicamente Arpino, che nel maggio 1944, in località Collecarino, fu teatro di un eccidio di cittadini inermi per mano delle truppe tedesche. Oggi la conformazione della città, risultato della sovrapposizione di tanti insediamenti successivi, ricorda la forma di una ics: sulle quattro propaggini si trovano i quartieri Colle, Civita Falconara, Arco e Ponte, che si congiungono al centro nella Piazza Municipio, cuore della città. La struttura attuale è fortemente condizionata dall’impianto sette-ottocentesco, che coincise con il momento di massima fioritura di Arpino nell’economia, nelle lettere e nelle arti. Tracce di caratteri medievali si possono individuare ancora oggi negli edifici sacri e nelle abitazioni signorili, oltre che nei resti delle fortificazioni.

ATINA
fondata dal Dio Saturno, descritta da Virgilio nell'Eneide era una potente città volsca e imprtante Municipio di Roma..
Da visitare: il Palazzo Ducale, il Museo Archeologico, la Cattedrale di  S. Maria Assunta e le Mura Poligonali.
Nel mese di luglio ospita Atina Jazz da circa 25 anni con musicisti di fama internazionale:  John Taylor, Randy Breker,Lee Konitz,Paolo Damiani, John Scofield, Enrico Rava, Nicola Arigliano,Chik Corea, Michel Petrucciani, Ambrogio Sparagna, Roberto Gatto, Noa,Gilberto Gil,Tania Maria. Gege' Telesforo, Aires tango, Randy Weston, Gianluca Petrella, Stefano Bollani, Mario Biondi, Gino Paoli. Nel mese di Agosto un festival Internazionale del Folklore.

BELMONTE CASTELLO
Alzando lo sguardo dalla torre, i soldati di Belmonte controllavano l'accesso di truppe, briganti e semplici viandanti nello Stato di Alvito. Nel 990 il territorio fu possesso dei Principi di Capua e di Benevento, in seguito passo' alla contea dei Marsi, alla famiglia d'Aquino e ai Cantelmo fino ad arrivare ai Gallio che lo mantennero per oltre due secoli.
Consigliamo di immergersi tra le stradine, i vicoli del centro storico e i resti dell'antico castello che testmoniano un attaccamento dei fieri abitanti alla loro terra, che decisero la costruzione del piccolo borgo su uno sperone roccioso, circondato dai fitti boschi del monte Cairo. Percorrendo la superstrada Sora-Cassino si scorge il borgo sulla destra.

CAMPOLI APPENNINO
antico borgo di origine longobarda situato sui rilievi orientali dell'alta Valle del Liri, famoso per la produzione del tartufo.
 Anche qui l'aria sa di antico e molte le suggestioni come il “tomolo”, una dolina carsica a forma di imbuto sul cui borgo si ergono le abitazioni, le vette del parco nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise e lo spettacolare Vallone Lacerno considerato dai naturalisti di tutta Italia e del mondo, la piu' bella area selvaggia  a ridosso della Marsica e dei monti laziali.

CASALATTICO
antico borgo di origine romana, prende il nome da Tito Pomponio Attico, amico di Cicerone che fece costruire una imponente villa in localita' Monte Attico.
Ricordato nel XI secolo nelle cronache di Montecassino perche' nel suo territorio fu costruito il monastero di San Nazario, una delle piu' importanti prepositure benedettine della Val di Comino.
Casalattico sul finire del secondo conflitto mondiale, si ritrovo' in una situazione di disperazione e il fenomeno dell’emigrazione assunse proporzioni sempre maggiori fino a diventare di massa. Oltre il 70% dell’intera popolazione emigro'in Inghilterra,e in Irlanda. Lavorarono  nel settore della ristorazione, per esempio nella gestione dei fish and chips shops dove ancora oggi c'e' un monopolio tutto italiano e i proprietari dei fish and chips sono in maggior parte originari di Casalattico; il piu' famoso e' Lord Charles Forte, proprietario di una imponente catena di alberghi i tutto il mondo.

CASALVIERI

La storia di Casalvieri, i cui suoli furono abitati sin dai tempi più remoti, fa perdere le sue tracce dai tempi dell’età  repubblicana sino al medioevo, quando essa riaffiora, in un documento cartaceo datato 1016 D. C. e conservato a Montecassino: in esso si attesta che Landone, signore di Arpino, dona all’abbazia cassinese, un proprio tenimento sito nelle pertinenze di Vicalvi, vicino al confine con la fontana di “Casa Selberi”.
Nel profondo medioevo la Valle di Comino, compresa Casalvieri, fu parte del Ducato di Benevento prima e del Principato di Salerno poi  Subito dopo fu territorio della Contea di Capua, dei Pagano Signori di S.Giovanni e di Cavalieri Normanni. Fu possedimento Pontificio ai tempi di Innocenzo III e feudo dei Signori d’Aquino e, ancora, parte integrante della Contea d’Arpino. Nel Cinquecento fu possedimento dei Della Rovere ed infine, dal 1580  fino al 1796, dei Boncompagni.
Durante il  periodo borbonico ed il successivo periodo post-unitario, Casalvieri e la Valle fecero parte della Terra di Lavoro (Provincia di Caserta). Furono fasi che contraddistinsero la vita delle popolazioni locali soprattutto per il perpetuarsi delle condizioni di povertà e per l’esplodere del fenomeno del brigantaggio.
Oggi Casalvieri e' famosa in tutto il mondo per la produzione di palloncini in gomma. Qualche anno fa e' stato un set cinematografico per il film “La fiamma dul ghiaccio” interpretato da Raoul Bova, Donatella Finocchiaro, Max Giusti diretto da Umberto Marino e “Vento di guerra” di Vincenzo Marra  menzione speciale attribuita dalla giuria della 61° mostra Internazionale del Cinema di Venezia.

FONTECHIARI
Trae l'etimologia del suo nome da molte copiose e incontaminate sorgenti dei dintorni. Anticamente si chiamava Schiavi, in ricordo delle popolazioni slave ”Sclavus et Sclavones” che vi si stanziaronoe dopo essere state scacciate dagli Ottomani.
Nella seconda metà del XIII° secolo Schiavi era sotto la giurisdizione di Vicalvi.In seguito passò sotto l’egemonia dei Cantelmo e poi al Ducato di Sora  e ai Della Rovere.
Immerso  nei boschi sorge il suggestivo Eremo di Sant'Onofrio scelto come luogo di preghiera anche da San Francesco d'Assisi durante il suo soggiorno nella vicina Vicalvi. Ma i boschi, in seguito furono anche rifugio per la banda del brigante Chiavone che nel 1862 invase e saccheggio' il paese.

GALLINARO

Borgo antico di origine altom edioevale, Gallinaro era come gli altri centri della Val di Comino un "castrum" (castello). Nel 1023 il "castello di Gallinaro" fu oggetto di contesa. Nonostante fosse possedimento dei Conti di Sora, l'imperatore Enrico II, di passaggio a Montecassino, pensò di donarlo ai nipoti del suo sostenitore Melo di Bari, poi passò ai conti d'Aquino. Da un documento del XIII sec. si apprende l'esistenza di una chiesa dedicata San Gerardo presso la quale viveva un eremita.
La terra di Gallinaro è da anni meta di numerosi pellegrini provenienti da ogni parte del mondo, animati dalla devozione verso Gesù Bambino.Tutto ebbe inizio in un giorno di primavera del 1947.
Oltre mezzo milione di persone all'anno,provenienti da ogni parte del mondo, si recano in pellegrinaggio verso questa terra battezzata la "nuova Gerusalemme", dove la maggior affluenza si ha nell'ultima domenica di giugno(da due anni oramai la festa si svolge dal 13 giugno a l'ultima domenica di giugno), in cui si festeggia la presunta prima apparizione di Gesù Bambino a Giuseppina Norcia avvenuta nel 1947.

ISOLA DEL LIRI
Con la storia di Isola s’intreccia quella del fiume Liri (anticamente chiamato Clanis, poi Liris) che è sempre stato fattore determinante dello sviluppo della cittadina.
Nei tempi che precedettero la formazione di Roma, l’Isola divenne sede dei Volsci.  In epoca romana questa zona divenne un’importante punto obbligato di passaggio, quindi di sosta e di mercato, sia per la strada che conduceva per Fregellae, sia per la strada che da Sora si dirigeva verso Cereate e Veroli, che attraversava il Liri con il Ponte Marmone ancora oggi visibile nei pressi di San Domenico.
L’Isola volsca, appartenente allora all’agro romano, dovette subire le stesse vicende della vicina Arpinum, che sul finire del IV sec. a.C., troviamo insieme a Sora, alleata dei Sanniti contro i Romani. Le due cittadine, in seguito, furono conquistate e sottomesse definitivamente, nel 305 a.C., al dominio di Roma.
 Intorno all’anno 1010, il gestaldo di Sora ed Arpino, Pietro I° Rachis, dette la giurisdizione di questo territorio ai suoi figli; da essi ne derivò, probabilmente, la denominazione di "Insula Filiorum Petri" che Isola conservò fino all’Evo Moderno. Fu questa l’epoca in cui Isola si stacca completamente da Arpino e comincia ad avere una sua vita civica. La prima volta che un documento parla del Castello di Isola del Liri (Castellum Insulae), si ha con la "bolla pontificia" di papa Pasquale II, diretta al vescovo di Sora, Goffrido  nel 1100. In questo documento in pergamena, il papa elenca tutti i castelli e le chiese appartenenti alla Diocesi di Sora; fra questi figura anche il Castello di Isola, che a quel tempo si chiamava Isola di Sora. Esso doveva essere un possente bastione a guardia del fiume, in un’epoca di continue invasioni e di alterni dominatori. Nel Catalogo dei Baroni del Regno Napoletano, probabilmente databile al 1187, risulta che Roffredo di Isola e suo nipote possedevano Isola di Sora e Castelluccio (Castelliri), "feudo di due militi, ma che potevano offrire otto militi e dieci inservienti". All’epoca dei Normanni risalgono diversi documenti (in genere di carattere religioso) nei quali troviamo esplicitamente nominata Isola e le Signorie vicine, per le quali combatterono Signorotti (da Enrico IV a Corrado di Marlenheim) e Papato contendendosi queste terre per anni ed alternandosi nel loro dominio. Nel frattempo, Isola subiva danni dovuti a così frequenti cambi di potere, come nella contesa tra il papa Innocenzo III e l’imperatore suo figlioccio Federico II: la Contea di Sora, cui Isola apparteneva, perchè si opponeva all’imperatore, pagò la sua resistenza con distruzioni a ferro e fuoco. La storia di Isola e Castelluccio, sempre coniugata con quella della vicina Sora, è destinata a rimanere ancora vittima delle lotte tra Aragonesi ed Angioini che portò, nel 1475, il ducato di Sora a Leonardo della Rovere e a Giovanni d’Aragona della Rovere. Ma la famiglia destinata ad essere legata alla stroria di Isola, doveva essere quella dei Boncompagni, che nella persona di Giacomo Boncompagni, marchese di Vignola, figlio del papa Gregorio XIII, acquistò, nel 1580, il ducato di Sora, per 100.000 scudi d’oro. Il Castello di Isola, per la sua posizione naturale, fu scelto, già dal primo duca, come residenza abituale della corte e della famiglia; nel lussuoso palazzo fu costruito perfino un teatro e su ambo i rami del fiume Liri, ponti levatoi, per i quali si accedeva al Castello. I Boncompagni impiantarono, inoltre, una rameria e una fabbrica di panni di lana nella contrada che prese il nome di Gualcatoio (oggi Valcatoio); nella località Carnello sorse una cartiera, azionata dalle acque del Fibreno; introdussero, infine, l’arte della seta. Ai Boncompagni si deve anche la costruzione di edifici religiosi quali: il Convento dei Francescani (trasformato dai francesi, agli inizi del secolo XIX, nella Cartiera del Fibreno); la Cappella di Santa Maria delle Grazie e la Chiesa di S. Lorenzo, nel centro del paese, ai piedi del castello. I Boncompagni domineranno su Isola fino al 1796, quando questo territorio passò al Regio Demanio di Napoli e il Castello si chiamò, quindi, Regio Palazzo; da questo momento seguì un’epoca di violenze e di terrore. Gli ultimi anni del Settecento furono segnati, come in tutta l’Europa, dalle conseguenze della Rivoluzione francese e dai tristi effetti del brigantaggio. Il paese, situato in una zona di confine tra lo Stato Pontificio e il Regno di Napoli, subì saccheggi e massacri ad opera delle truppe francesi e divenne bersaglio delle violenze di gruppi di banditi locali; il più famoso fu il terribile "Mammone". In particolare è da ricordare un’episodio tra i più terribili di questo periodo. Dopo la proclamazione della Repubblica romana e della Repubblica partenopea, la popolazione di Isola, schieratasi dalla parte del vecchio Regime sotto la guida del brigante Gaetano Mammone, esplose in una insurrezione. Ne conseguì una violenta azione di repressione da parte delle truppe francesi che, provenienti da Napoli e dirette verso il nord Italia, avendo avuto negato il passaggio ad Isola, diedero inizio ad un furibondo massacro. Era il 12 maggio 1799, nella Chiesa di San Lorenzo vennero trucidate 350 persone che vi avevano cercato rifugio alla violenza francese, ma il bilancio totale della carneficina fu di 600 morti. Tutto il territorio del paese subì saccheggi, incendi e dissolutezze inaudite e in due giorni fu trasformato in terra devastata. Gli scampati alla strage tornarono ad Isola dopo che a Napoli, nel giugno 1799, fu ristabilito il governo borbonico. Ma si trattò solo di un intermezzo, nel febbraio 1806 Giuseppe Bonaparte, fratello dell’Imperatore Napoleone, fece il suo ingresso a Napoli e nel settembre dello stesso anno gli successe Gioacchino Murat. E’ a seguito della politica del Governo Borbonico per incoraggiare gli imprenditori e favorire la nascita e lo sviluppo delle industrie del Mezzogiorno, che furono varate una serie di leggi, tra cui quella che elevava il dazio sulla importazione della carta e sulla esportazione degli stracci, in quel tempo unica materia prima nella produzione cartacea. L’industria della carta, quindi ebbe una notevole espansione in alcune zone del Regno di Napoli. La Valle del Liri, attraversata dal fiume omonimo e da un ricco affluente quale il Fibreno, rappresentò uno di questi luoghi. Grazie alle sue acque, che potevano produrre forza motrice per le macchine industriali, la cittadina ebbe un notevole impulso sotto il dominio francese, all’inizio dell’Ottocento. Infatti, ai connazionali di Murat, Viceré di Napoli, essa si presentava come una terra dotata di grosse potenzialità, mai pienamente sfruttata, con un corso fluviale ricco di balze naturali, adatte a generare forza idraulica e con un affluente, il Fibreno, dotato di acque chiare idonee alla fermentazione degli stracci (materia base per la fabbricazione della carta, prima del legno usato in tempi recenti). La prima cartiera che nel Regno di Napoli adotterà i metodi più progrediti, sarà proprio ad Isola Liri, quella allestita, nel 1812, da Antonio Beranger, nell’ex Convento di S. Maria delle Forme (divenuto ex per via delle Leggi napoleoniche sui beni della Chiesa). Al Beranger succederà Carlo Lefebvre, fondatore della storica Cartiera del Fibreno, nella quale porterà la macchina "senza fine", prima in Italia, ed acquistò per merito il titolo di Conte di Balsorano.
Nello spazio di poco più di un ventennio, si venne così a costituire, nella Valle del Liri, il più grosso centro cartario del Regno (nel 1831 nella Cartiera di Lefebvre lavoravano 200 persone, 40 in quella di Courrier e Lambert). Altri nomi francesi si aggiunsero ai nomi di imprenditori di Isola: da Rossinger a Boimond, da Courrier ad Emery, solo per nominare i più conosciuti. Una società distinta e brillante animò la vita della cittadina, con feste da ballo ed iniziative culturali, che si svolgevano nelle ville padronali, costruite nei pressi delle fabbriche, per lo più nella parte alta della città, che si lusingava di chiamarsi "piccola Parigi". Verso la fine dell’800, le fabbriche di Isola del Liri, un dì prosperose, vivevano una vita faticosa, resa difficile dalle condizioni sfavorevoli, quali il mancato ammodernamento dei macchinari, la mancanza di spediti mezzi di comunicazione e di trasporto e le continue proroghe all’apertura del tronco Arce-Sora, della linea ferroviaria Rocca-secca-Avezzano. Il lavoro mancava ed alcuni stabilimenti erano in completa inattività; co-me avvenne anche alla Cartiera del Fibreno che, nel 1888, chiuse i battenti, ma che, nel 1907, fu acquistata dalla Società delle Cartiere Meridionali. Dal secolo XIX e per quasi tutto il XX secolo, Isola del Liri è stata un importante polo dell’industria cartaria e non solo, essendo presenti sul suo territorio anche feltrifici, lanifici, fonderie ed industrie cartotecniche. Purtroppo dagli anni ‘70 in poi, una mancata modernizzazione degli impianti ed un generale declino dell’industria cartaria in Italia, hanno determinato prima la cassaintegrazione e poi la chiusura di buona parte delle industrie. Oggi la città è impegnata in un’operazione di recupero del suo passato, prestando attenzione ad altri campi non specificatamente industriali quali la cultura ed il turismo. Di recente è stata portata alla luce e si sta restaurando, l’antica Cartiera Fibreno-Lefebvre, che diventerà sede del "Museo della Civiltà della Carta", in cui si potrà rivivere la centenaria tradizione cartaria di Isola del Liri. Nell’area della ex Cartiera Boimond si sta realizzando un Acquario di acqua dolce, secondo in Europa; nel contempo, sono in corso le ristrutturazioni delle ex Cartiere Meridionali e dell’ex Lanificio S.Francesco (oggi Auditorium New Orleans) da destinare ad attività economiche, culturali e sociali.
Tra le iniziative a carattere culturale, Isola del Liri annovera manifestazioni musicali prestigiose, come il Liri Blues Festival tanto che la città, definita "Città della Musica", nel 1997 ha sottoscritto un gemellaggio con New Orleans.

PICINISCO
Sui monti del Parco Nazionale d'Abruzzo, che cingono la splendida valle di Comino, si trova Picinisco. é un panorama fantastico quello che si gode da questa altezza, e quando le giornate sono limpide, la vista abbraccia tutta la Valle di Comino sottostante.
Le bellezze naturali di cui e' ricco il paese garantiscono al turista un cocktail di attrattive: da una panoramica strada lunga 12 km. e' possibile raggiungere gli impianti sciistici di Prati di Mezzo immersi in un bianco mantello di neve per tutto l'inverno. L'estate e' invece possibile godere della tranquillita' dei luoghi inoltrandosi, con lunghe passeggiate nei boschi. Nei pressi di Picinisco e' possibile anche praticare l'arrampicatura libera sulla palestra naturale di Roccia del Corvo.
Merita una visita anche il borgo antico del paese e lo scenario naturale della Val Canneto, in cui scorre tumultuoso il fiume Melfa, che riunisce tutte le acque dei monti circostanti, fino a giungere ad una massiccia diga che crea il lago artificiale di Grottacampanaro. Ma le acque di Picinisco non offrono soltanto scenari indimenticabili: la Fonte Scopella infatti e' ottima per curare malattie quali ad es. quelle del fegato.
l Pecorino di Picinisco è un formaggio prodotto con latte appena munto che giunge sulle nostre tavole grazie all'esperienza maturata e tramandata nel tempo: le sue origini risalgono ai Sanniti, popolo che aveva colonizzato il territorio laziale-abruzzese.Durante la lavorazione è utilizzato un caglio in pasta di agnello o capretto, spesso prodotto dalla stessa azienda; quando il coagulo ha raggiunto la consistenza desiderata si procede alla rottura della cagliata con un bastone di legno detto “frasca” o “spino” fino a raggiungere le dimensioni di un chicco di miglio. Successivamente la pasta viene raccolta a mano in contenitori di vimini, salata il giorno dopo e messa ad asciugare su tavolidi legno di abete nelle 48 ore successive.Il caglio utilizzato caratterizza fortemente il sapore deciso e intenso del formaggio che si abbina a molti piatti tipici della Valle di Comino.  Il Pecorino di Picinisco è nell'Elenco Nazionale dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali . E' segnalato nell'Atlante dei prodotti tipici dei parchi italiani realizzato dal Ministero Ambiente, Federparchi, Legambiente e Slow Food e ne Il Buon Paese, un inventario dei migliori prodotti alimentari d'Italia.

POSTA FIBRENO

Le limpide acque e le ricchezze naturalistiche ne fecero una località conosciuta già dagli antichi Romani ideale per  ritemprarsi lontano dalle contese forensi e dal caos dell’Urbe. Tra gli illustri visitatori va ricordato Plinio il Vecchio, che rimasto colpito dal fenomeno dell'isola gallegiante, decise di riportarlo nella sua Naturalis Historia
La storia documentata ha inizio nel 970 quando Ildeprando, conte di Sora e di Vicalvi, dona a Monte Cassino l’integra metà dei laghi Torino e Giuliano, che in seguito si uniranno formando l’attuale lago.
Nel Medioevo Posta e il suo castello divennero un crocevia di nobili, contadini, monaci e religiosi. Tra questi vanno ricordati Francesco d'Assisi e la nobile casata dei della Posta, che da qui presero il nome.
Tra assedi, calamità naturali e distruzioni, il borgo fu ricostruito e ampliato: siamo nel Seicento. È il secolo dei duchi Gallio di Como che trasformano il lago in un luogo di delizie riservato a ospiti e notabili facendo costruire la Villa della Pesca che conserva il maestoso portale d'ingresso e diciannove stucchi ad altorilievo che riproducono i beni di famiglia.
Oggi Posta Fibreno è una apprezzata località turistica grazie alla Riserva Naturale e all'ospitalità delle sue genti, fiere e orgogliose della propria storia e delle proprie tradizioni.

SAN BIAGIO SARACINISCO

Immerso in scenari d’incomparabile bellezza, il territorio comunale di San Biagio ricade nel versante laziale del Parco nazionale d’Abruzzo. Monti e boschi dominano il paesaggio; calanchi franosi e rocce spuntano dai boschi, costellati da ampi spazi, già utilizzati come pascoli. Il centro urbano è piccolo: un pugno di case sopra una collina posta allo sbarramento di una valle. L’abitato è diviso in due dalla strada centrale che passa davanti alla Chiesa di San Biagio e risale verso il Mouse. Diverse case sono state vendute ai turisti, provenienti per lo più da Napoli e da Cassino.
Una zona in espansione è la località Pratola, posta lungo la provinciale per Isernia, nelle cui vicinanze è il lago artificiale di Cardito. Il laghetto è circondato da monti e boschi: vi si pratica la pesca ed il windsurf.

SETTEFRATI

Situata a circa 850 metri di altitudine, domina la Valle di Comino.  Il centro urbano di Settefrati è dominato dalla rocca medievale. La piazza principale è abbellita dal palazzo Comunale e dalla Chiesa Collegiata, con una bellissima vista sulla valle e sui monti dell’Appennino. Altro monumento religioso importante del paese è la Chiesa della Madonna delle Grazie, del secolo XI°, con all’interno uno stupendo soffitto in legno a cassettoni intarsiati e dorati, di scuola napoletana.
 Il Santuario della Madonna di Canneto, situato nell’omonima vallata, a dieci chilometri da Settefrati, viene visitato da migliaia di fedeli provenienti dalle regioni dell’Italia centro-meridionale. Le sue origini si possono desumere da una lapide marmorea ritrovata nella zona insieme ad altri reperti del IV° secolo avanti Cristo, attestanti l’esistenza di un tempio pagano dedicato alla dea Mefiti. Luogo adatto alla contemplazione religiosa, intorno all’XI° secolo alcuni monaci benedettini, sotto l’abate Desiderio di Montecassino, edificarono un monastero, in seguito dedicato alla Madonna. Settefrati è stata celebre nei tempi passati per le miniere di “limonite”, da cui si estrae il ferro, situate nella valle di Canneto, fatte sfruttare dal governo borbonico fino al 1854. A Settefrati nacque nei primi anni del XII° secolo “Alberico il visionario”, autore di una “visione” ultraterrena, da cui potrebbe avere avuto spunto Dante Alighieri, quasi due secoli dopo, per la composizione della Divina Commedia. Infatti esiste un codice pergamenaceo, custodito a Montecassino e risalente al 1192, in cui è scritto che Alberico, del Castello di Sette Frati, all’età di nove anni cadde malato e perdette conoscenza per nove giorni. Durante tale periodo di incoscienza il giovinetto ebbe una prodigiosa visione, in cui gli parve di essere trasportato nel Purgatorio e nell’Inferno, osservando i peccatori che vi giacevano, le loro pene e le loro suddivisioni. Ripresa conoscenza, il giovane Alberico venne convinto a professare la vita monastica a Montecassino. La “visione” venne redatta su pergamena nel 1127 ed in seguito curata sul testo del “codice cassinese 257”. Secondo alcuni studiosi, Dante Alighieri conobbe la “visione” di Alberico per evere probabilmente sostato a Montecassino, durante il suo viaggio a Napoli. Gli stessi versi che l’Alighieri dedica alla città di Cassino sembra confermino tale ipotesi, ed un sommario confronto tra i due componimenti ci dà una sorprendente somiglianza fra le due opere.

SORA
Sora è una graziosa cittadina  adagiata in una splendida conca circondata da montagne ed ai piedi del Monte "Santi Casto e Cassio", che ha un’altitudine di 546 metri. 
La città si trova alla confluenza di tre sistemi vallivi, Roveto, Comino e del Liri. Delizioso ed ameno giardino, perla della Ciociaria. Sora è una città pittoresca, suggestiva, popolosa ed industre, dalle mille anime, ricca di tradizione e di storia.
Patria di brillanti ingegni e di illustri personaggi, ma anche di anonimi "cenciarì" e di feroci briganti, Sora ha oltre duemila anni di storia.
E' attraversata dal fiume Liri, che, dopo aver percorso la Valle Roveto e dopo lo sbocco nella pianura sorana, bagna la città quasi abbracciandola, formando un meandro e poi allontanandosi serpeggiando nella campagna sorana occidentale.
Sora è una città ricca di vita anche in campo economico, essendo un centro agricolo, industriale e commerciale. Infatti nel territorio sorano si producono cereali, frutta, olio, ortaggi, vino e si alleva bestiame, soprattutto il vitellone da carne; abbiamo inoltre cartiere, industrie alimentari, tessili, per la lavorazione delle materie plastiche ed un liquorificio.
A proposito di specialità alimentari, sorana per eccellenza è la ciambella, è ottenuta da un impasto di farina, acqua, lievito, sale, eventualmente uova, e poi aromatizzata con semi di anice; l’impasto viene modellato in tanti esemplari toroidali, lessati e poi cotti nel forno a legna.
Per quanto riguarda l'Archeologia, possiamo ammirare i resti della cinta muraria sul Monte "Santi Casto e Cassio", dove sulla sommità, troviamo la pittoresca Rocca Sorella (piccola Sora), antica denominazione che ha lasciato il posto a Rocca (Castello di) San Casto; distrutta nel 1229 dalle truppe di Federico II, è stata successivamente riedificata e restaurata.
Da ammirare anche la chiesa di San Domenico Abate, in stile romanico-gotico, con la cripta che custodisce i resti mortali del santo; secondo la tradizione, qui sorgeva la villa natale di Marco Tullio Cicerone, e numerosi frammenti architettonici avvalorerebbero l'ipotesi.
Sora ha dato i natali al grande attore, regista e sceneggiatore Vittorio de Sica, uno dei padri del neorealismo

VEROLI
Veroli è una cittadina medioevale  situata a 570 m di altezza su uno sperone dei monti Ernici che domina largamente la regione collinare circostante. Il comune é amplissimo e raggiunge 118,91 kmq quasi tutto coltivato a cereali, viti, ulivi, con notevoli aree a pascoli. La parte vecchia in cima ad un altura che domina le colline circostanti ha conservato un aspetto medioevale, con abitazioni tipiche a scale esterne; medioevali sono le porte (porta Romana, porta S.Croce); un sobborgo moderno si va formando invece più a nord lungo il Viale Vittorio Veneto. La struttura urbanistica di Veroli si sviluppa all'interno di tre distinti nuclei medioevali; il borgo centrale con gli edifici all'interno alla cattedrale; il quartiere di Sant' Erasmo verso nord e quello di Santa Croce caratterizzato da strette vie in pendenza notevole. L'apporto turistico sostiene in gran parte l'economia locale, assieme all' industria, all'artigianato del ferro battuto e all' agricoltura.
Le vicende storiche dell'antica verulae si fondono con la stessa storia della popolazione ernica della cui lega fece parte insieme alle vicine citta' di Anagnia, Aletrium, Ferentinum e con altri centri minori. Questa antichissima popolazione aveva stretto alleanza con Roma fin dal regno di Tarquinio il Superbo ma, caduta la monarchia, gli ernici (497) denunziarono il trattato di alleanza, già concluso nel periodo regio, dal momento che Tarquinio era stato cacciato. Il console Spurio Casio occupò il territorio ernico, imponendo gravi condizioni ma con opportuno senso politico furono alleviate dal senato romano, sicchè gli ernici, grati dell' inatteso trattamento, rientrarono in alleanza con i romani. Dall'invasione gallica (386-352) tentò, con alterna fortuna, di raggiungere l'indipendenza. Ad un nuovo attacco degli ernici, Veroli con Alatri e Ferentino, non entrò nella lega e per questo venne privilegiata con un nuovo trattato di alleanza con Roma. Tutto ciò è ricordato nello stemma: "verulana civitas almae urbi confoederata" (la città di Veroli confederata alla generosa Roma).
I fasti Verolani Sono del I secolo d.C., testimonianza dell’importanza dell’antica Verulae, prima fiera avversaria di Roma e poi fedele a tal punto da essere premiata con il diritto di cittadinanza e l’ordine senatorio con la possibilità di eleggere i propri amministratori e di usufruire della stessa struttura gerarchica della città Eterna, questo giustifica anche la scritta S.P.Q.V. vanto ed onore ancor oggi per i Verolani.
La lastra su cui i Fasti sono incisi contiene soltanto i primi tre mesi dell’anno, ma è ugualmente preziosa perché riporta date non riscontrate in altri famosi calendari ed è testimonianza dell’antico utilizzo del calendario murale. La sua esposizione permetteva di conoscere la ripartizione del mese, i giorni propizi, quelli nefasti, quelli parzialmente favorevoli e quelli idonei alla convocazione dei comizi. Inoltre scandivano le date delle feste, le commemorazioni religiose, le fiere, i mercati, le ricorrenze civili
I "Fasti Verulani" sono anche la piu' bella manifestazione della città assieme all'esposizione dei lavori realizzati da artisti del ferro battuto. arrivano da tutta Italia. Veroli: La città della Biennale del Ferro battuto che si svolge ogni due anni agli inizi di luglio.

VICALVI
Vicalvi è situato su un colle della Valle di Comino. Sulla cima, a 590 metri slm, svetta un castello dell'XI secolo, visitabile su richiesta da effettuare al comune. Il castello è circondato dal vecchio borgo medioevale, fatto di case diroccate e facenti oggetto di recenti progetti di recupero urbano, che hanno riguardato anche la chiesa di S. Pietro.
Nelle vicinanze del castello sono visibili anche i resti di mura ciclopiche appartenenti ad insediamenti preromani, probabilmente relativi ad una città sannita.

VILLA LATINA

Si estende in una conca fertilissima ed è la porta del Sannio. Il territorio è percorso dal torrente Mollarino, tutt’intorno l’Appennino, con il Parco Nazionale D’Abruzzo Lazio Molise, fa da suggestiva cornice. Anticamente condivise le sorti della vicina Atina dalla quale. nel 1833, se ne distaccò con il nome di Agnone per assumere definitivamente nel 1862 dopo lunghe ed annose vicende, l’attuale denominazione di Villa Latina.  Zona ricca di oliveti, vigne e frumento, molto sviluppato è l’allevamento ovino e caprino, il prodotto di nicchia è comunque il Fagiolo cannellino dop. Erede di una tradizione secolare per il suo artigianato, famosa è la costruzione della zampogna, noti sono i cestini di vimini abilmente intrecciati ed i lavori in legno di squisita esecuzione.   
Da visitare l'antico molino del rivo d'Agnone sede della Cooperativa del Mollarino.

 

ABBAZIA DI MONTECASSINO a 30 km. circa da Villa Grancassa
Sorta sui resti  di due templi dedicati a Giove e ad Apollo e un presidio romano, l'Abbazia di Montecassino deve la sua fondazione a San Benedetto.
Attorno al 529, egli gettò le fondamenta della casa per i monaci e dei due oratori l'uno vicino alla casa, l'altro sulla cima del monte, dove poi sarebbe sorta la basilica.
La santità della vita di Benedetto e dei suoi seguaci ne fece un centro religioso di gran richiamo, dove la preghiera si univa con lo studio e il lavoro manuale.
La fondazione dell'abbazia favorì nel corso del secolo VI, e in quelli a seguire, lo sviluppo urbanistico della zona, dandole floridezza e benessere economico, secondo quella particolare tendenza che caratterizzò in Italia gli insediamenti sorti per la presenza e l'impulso dei primi centri monastici.
Distrutto dall'invasione longobarda, il primo monastero risorse quando i benedettini tornarono a Montecassino da Roma,  intorno al 720. Già nel secolo VIII l'abbazia si affermava come importante centro di cultura e Paolo Diacono vi fondava uno scriptorium, dove furono trascritte molte opere antiche e che divenne uno dei principali centri di diffusione della scrittura beneventana.
Dopo un periodo d’abbandono per le distruzioni inferte dai Saraceni, il monastero cominciò a rifiorire per opera dell'abate Aligerno e del papa Vittore III, raggiungendo il massimo splendore sotto l'abate Desiderio, che nella seconda metà del secolo XI fece ricostruire il complesso monastico dotandolo di una grande basilica, consacrata nel 1071. Alla grandiosa opera di ricostruzione furono chiamati architetti lombardi e amalfitani oltre a pittori provenienti da Bisanzio. La presenza e l'attività di questi ultimi a Montecassino sono all'origine della scuola cassinese di pittura, sviluppatasi appunto nel corso del secolo XI e documentata tra l'altro dagli affreschi che decorano la chiesa di S. Angelo in Formis della seconda metà del sec. XI.
L'abbazia occupò una posizione primaria nell'ordine e nella Chiesa fino al 1349, allorché fu gravemente danneggiata da un terremoto che aprì un lungo periodo di decadenza. Ricostruita dal secolo XVI al secolo XVIII, accolse nel suo ultimo aspetto caratteri del tardo Rinascimento ma nel prosieguo dei lavori si configurò come monumento architettonico dell'età barocca.
Dopo la totale distruzione avvenuta il 15 febbraio 1944 per effetto dei bombardamenti anglo-americani dovuti ad una decisione affrettata dei comandi, erroneamente convinti che il monastero fosse stato trasformato in un caposaldo tedesco, una complessa opera di riedificazione ha ridato all'abbazia l'aspetto originario, secondo la sua pianta rettangolare aperta sul disegno dei tre chiostri, dei secoli XVI e XVIII, con la grandiosa basilica a tre navate, secondo il progetto originale.
Nel 1950 sono state ritrovate le reliquie di San Benedetto e di Santa Scolastica, ora sistemate nell'altare maggiore. Pressoché integra si è conservata la cripta, decorata nel 1913 dagli artisti della scuola tedesca di Beuron.
L'abbazia conserva tuttora la sua famosa biblioteca, pur gravemente compromessa dalle distruzioni belliche: del ricchissimo patrimonio, frutto di un immenso lavoro culturale, oggi si conservano ancora oltre 1.000 codici, 40.000 pergamene e tutto il fondo delle opere a stampa con 250 incunaboli.
Il primo documento ufficiale del volgare nostrano, conservato nella biblioteca di Montecassino,  è del 960. Si tratta del cosiddetto "Placito Capuano", un atto giudiziario nel quale tre testimoni garantivano l'appartenenza di certe terre al Monastero di Montecassino con la seguente formula: "SAO KO KELLE TERRE, PER KELLE FINI QUE KI CONTENE, TRENTA ANNI LE POSSETTE PARTE SANCTI BENEDICTI" (So che quelle terre, con quei confini che qui si descrivono, le possedette trenta anni l'ordine di San Benedetto).
La biblioteca è stata dichiarata monumento nazionale e rientra nel novero delle biblioteche pubbliche statali. Inoltre, all'interno dell'Abbazia, è visitabile un interessante museo, dove vengono conservate numerose opere e reperti di grande pregio e valore, tra cui: manoscritti, libri, disegni e stampe; resti della Basilica, reperti etruschi e di arte romana; statuette lignee, vasi ellenici, etruschi e italici; pitture e sculture benedettine, ricami e merletti.

ABBAZIA DI CASAMARI a 40 km. ca da Villa Grancassa

L'abbazia di Casamari, ubicata nell'omonima contrada del territorio di Veroli, in provincia di Frosinone, è un importante centro storico, culturale e spirituale del Lazio. E' possibile ammirare questo secolare monumento, percorrendo la via Mària, strada provinciale che collega Frosinone a Sora.
Probabilmente tra i nomi "Casamari" e "Via Mària" si è già notata una certa assonanza: ciò è dovuto alla loro comune etimologia, che si riconduce al nome di Caio Mario ( II-I sec. a.C.), insigne personaggio della storia di Roma, sette volte console e avversario di Silla nella guerra civile dell'88 a C. La fama che assunse questo personaggio nel mondo romano fece sì che il luogo dove nacque e visse i primi anni della sua vita fosse connotato dal suo nome: infatti Casamari (Casa Marii) significa etimologicamente "casa di Mario".
Precedentemente, le fonti storiche indicavano questo luogo con il nome di "Cereatae": Plutarco, nelle Vite, riporta che "[Mario] trascorreva il tempo nel villaggio di Cereate, nel territorio di Arpino..."; Strabone, geografo greco, nomina il villaggio di Cereate nella descrizione del territorio adiacente al fiume Liri; infine Frontino, storico latino del I secolo d.C., riferisce che "...la famiglia di Caio Mario risiedeva nel municipio di Cereate..."
In base a queste testimonianze e a numerosi ritrovamenti archeologici, possiamo affermare con certezza che l'abbazia di Casamari sorge nell'antico municipio romano.
Durante i secoli di decadenza dell'impero, Cereate subì la progressiva crisi economica, conseguente alla decadenza della civiltà di Roma e alle invasioni barbariche.
Le testimonianze riguardo a Cereate riaffiorano a partire dal secolo XI, da documenti che attestano la presenza di una comunità di monaci benedettini nel luogo chiamato Casamari.
La fondazione del monastero è descritta nella "Cronaca del Cartario", documento del XIII secolo,  Il Chartarium Casamariense, redatto sul finire del '400 dal monaco di Casamari Gian Giacomo de Uvis, per incarico dell'abate commendatario Giuliano della Rovere, è il punto di riferimento fondamentale per la ricostruzione storica dei primordi del monastero di Casamari.
Secondo il Cartario, nell'anno 1005 alcuni ecclesiastici di Veroli, decisi a riunirsi in un cenobio, scelsero Casamari e riutilizzarono, come era in uso allora, materiale prelevato dai ruderi di un tempio di Marte lì ubicato, per costruire una chiesa in onore dei Santi Giovanni e Paolo. Quattro di essi, sacerdoti, si recarono nel vicino monastero di Sora e ricevettero l'abito religioso dall'abate, il venerabile Giovanni: erano Benedetto, Giovanni, Orso e Azo.
Nell'arco di tempo tra il 1140 ed il 1152 ai monaci "neri", benedettini (così chiamati dal colore della loro tonaca), si sostituirono i monaci "bianchi", cistercensi.
La Cronaca del Cartario riporta: "... nel 1143 i monaci neri erano diventati tanto indisciplinati, disonesti e dimentichi della salvezza della loro anima, che Eugenio III [...] trovò il monastero di Casamari dai sopraddetti monaci neri ridotto all'indisciplina, dilapidato nelle sostanze e fatiscente nei fabbricati e cominciò allora a prenderne cura e vi introdusse i monaci dell'ordine cistercense nell'anno 1152 [...]".
I monaci cistercensi trovarono subito consenso per la austerità per il rigore e per la semplicità della loro vita.
Tra la fine del XII secolo e l'inizio del XIII fu iniziata la costruzione del nuovo monastero. Nel 1203, fu benedetta da Innocenzo III la prima pietra della chiesa, costruita secondo i canoni dello stile gotico-cistercense: ancora oggi il chiostro, la sala del capitolo, il refettorio, il dormitorio e tutti gli altri elementi che compongono l'abbazia destano la viva ammirazione del visitatore.
A cominciare dal XII secolo l'abbazia di Casamari non solo acquistò possedimenti nelle zone limitrofe, ma intraprese anche nuove fondazioni monastiche, soprattutto nel meridione d'Italia. A questo momento di prosperità seguì dalla metà del 400 un periodo di decadenza così come avvenne per altre abbazie. Causa di questo fenomeno fu la "Commenda", estesa a Casamari da Martino V ne1 1430, a favore del cardinale Prospero Colonna, suo nipote.
Nel 1569, don Nicola Boucherat I, abate di Citeaux, visitò 34 monasteri del meridione, tutti sotto commenda; dopo questo viaggio stilò una relazione che si concludeva con queste parole: "Bisogna tener presente che tutti i suddetti monasteri non dispongono neanche dei libri e della suppellettile necessari per la celebrazione dell'ufficio divino".
Nel 1623, la comunità ridotta a soli otto religiosi, fu annessa con altre otto abbazie alla Congregazione Cistercense Romana, sorta ad opera di papa Gregorio XV. Il pontefice con questo atto cercava di dare nuovo stimolo ad alcune abbazie del Regno di Napoli e dello Stato Pontificio.
Ma la situazione all'interno dell'abbazia non migliorò.
Solo nel 1717 questo centro religioso conobbe una buona rinascita grazie all'opera di Clemente XI , in precedenza abate commendatario di Casamari.
Questi rimosse dall'abbazia i cistercensi della Provincia Romana e introdusse una colonia di monaci cistercensi riformati, detti anche Trappisti, provenienti da Buonsollazzo, in Toscana.
Il 13 maggio del 1799 soldati francesi di ritorno da Napoli si fermarono a Casamari e, dopo aver ucciso alcuni religiosi, la depredarono. Dal 1811 al 1814 l'abbazia fu soggetta ai soprusi del regime napoleonico, ateo e materialista.
Il pontefice Pio IX, cercò di riportare in auge l'abbazia. Purtroppo, però durante la lotta che vide opposti i soldati Piemontesi a quelli borbonici; questi ultimi incendiarono grande parte dell'edificio.
Nel 1874 l'abbazia fu dichiarata monumento nazionale: da allora cominciò a riacquistare una posizione di prestigio e una certa floridezza economica. Raggiunse l'apice della sua rinascita ne1 1929, quando la congregazione di Casamari fu aggregata alle altre dell'Ordine Cistercense. Nel dicembre di quell'anno, infatti, Casamari fu eletta canonicamente congregazione monastica e riaggregata giuridicamente all'ordine, come le altre congregazioni. Se nel 1929 contava appena 50 monaci, distribuiti in 5 monasteri (Casamari, San Domenico di Sora, Valvisciolo, Santa Maria di Cotrino a Brindisi e Santa Maria della Consolazione a Lecce ), attualmente la congregazione di Casamari conta circa 200 monaci in 18 monasteri. Nel corso degli anni, difatti, sono stati aggregati all'abbazia di Casamari i monasteri di San Domenico di Sora, di Valvisciolo, di Chiaravalle della Colomba, di S. Maria di Piona, di S. Maria Assunta in Asmara, della certosa di Trisulti, di S. Maria di Chiaravalle in Brasile, di S. Maria di Mendita in Etiopia, della certosa di Firenze, di Nostra Signora di Fatima negli Stati Uniti, della Certosa di Pavia. La casa madre di tutta la Congregazione è l'abbazia di Casamari.
Le fondazioni in Eritrea e in Etiopia sono state erette per incarico del pontefice Pio XI che, nel 1930, ha dato mandato alla comunità di Casamari della diffusione del monachesimo cattolico in queste nazioni: sono sorti, pertanto, sei monasteri e delle stazioni missionarie, con quasi 100 monaci.
L'abbazia di Casamari è divenuta in questi anni sede di varie attività che ancora oggi vedono impegnati i monaci che, oltre alla partecipazione assidua alla preghiera, curano anche l'insegnamento presso il collegio San Bernardo interno all'abbazia, la farmacia, la liquoreria, il restauro dei libri, la gestione della biblioteca e del museo archeologico.


ABBAZIE DI FOSSANOVA a 70 Km. da Villa Grancassa
All'inizio del "duecento" i monaci cistercensi si erano sistemati in diverse parti d'Italia ed arrivarono intorno al 1135 anche a Fossanova (ora in provincia di Latina) dove da qualche tempo i benedettini si erano sistemati sui ruderi di un'antica villa romana. Il papa aveva dato infatti una concessione con l'intento di fare qualcosa per risanare la zona ( Fossa Nova stava infatti ad indicare un fosso di scolo).
La famosa abbazia fu iniziata nel 1187 e fu ultimata nel 1208 quando per l'occasione intervenne papa Innocenzo III. L'impianto della chiesa ricalca un pò gli schemi utilizzati in Borgogna (esempio a Fontenay ) ed è quindi possibile che vi abbiano lavorato anche maestranze francesi. Secondo alcuni studiosi sarebbe la prima costruzione italiana in stile cistercense.
Al riguardo Andrè Chastel precisava: " ...queste forme borgognone, di una estrema semplicità che mette in rilievo la struttura e la geometria delle masse,  erano per l' Italia una grande novità...".  
Il complesso è in buona parte in travertino e lo stile ha sovente i connotati dell'uniformità e della purezza. Sull'architrave un mosaico in stile cosmatesco ricorda il collegamenti con il grande artigianato della zona.  
L' Abbazia di Fossanova prese subito grande importanza e nel 1274 vi morì anche S.Tommaso d'Aquino. Nella foresteria è facilmente visitabile la stanza dove il 9 marzo 1274 morì il santo.
Il chiostro fu costruito fra il 1280 ed il 1300 in stile gotico  ed al suo interno vi fu sistemata anche un'edicola in uno stile di transizione fra il romanico ed il gotico.


ABBAZIA DI TRISULTI A 50 KM. da Villa Grancassa
Un’altra tappa della Via Benedicti offre l’occasione d’immergersi in un’atmosfera di emozioni, arte e cultura come quella che si respira visitando la Certosa di Trisulti a Collepardo in provincia di Frosinone. La Certosa sorge a 825 metri di quota, immersa nei secolari boschi di querce dei Monti Ernici.  Questo meraviglioso complesso architettonico rappresenta il luogo ideale per rigenerarsi e ritrovare serenità.
 La costruzione della Certosa risale al 1204 quando fu edificata sui resti dell’antica abbazia benedettina risalente all’anno Mille e di cui oggi restano solo alcuni ruderi. Il meraviglioso complesso architettonico, nonostante gli interventi subiti, tra cui i lavori di restauro del 1958, conserva lo stile romanico-gotico originale. Abitata in origine dai benedettini per circa due secoli, passò nel 1204 ai certosini che costruirono l'edificio che possiamo vedere oggi e lo mantennero fino al 1947, quando fu affidata alla Congregazione cistercense di Casamari.

Si accede al complesso attraverso un portone decorato con un bassorilievo raffigurante san Bartolomeo, protettore dei certosini. Raggiunto il piazzale principale del monastero si trovano la facciata medievale del Palazzo di Innocenzo III, che oggi ospita un’importante Biblioteca e la facciata neoclassica della chiesa.
Rifatta nel Settecento sull'impianto originario ma mantenendo la divisione in due parti tipica delle chiese certosine che separavano i monaci dai conversi, la chiesa dedicata a san Bartolomeo conserva al suo interno affreschi e tele di Filippo Balbi, le sepolture di due cavalieri crociati, oltre a opere come la raffigurazione della Strage degli Innocenti e quella che riproduce lo scontro avvenuto a Casamari contro i Lanzichenecchi. La visita continua con il Chiostro, la Sala Capitolare ma soprattutto l'antica farmacia, ora trasformata in museo, a cui è associata in larga parte la fama di questo luogo. Opera settecentesca di Filippo Balbi, affrescata dal pittore G. Manco, conserva le vetrine e i recipienti di vetro dove i monaci conservavano le erbe e le spezie raccolte sui monti circostanti e da cui estraevano essenze e aromi ancora oggi prodotti all’interno del monastero.
 

No news...
Galleria Fotografica