Terra di passo, battuta nei secoli da eserciti, mercanti, monaci e pellegrini, San Donato è il luogo dove il Parco Nazionale d’Abruzzo si affaccia sugli ulivi del Mediterraneo, tra rupi assolate ed il profumo delle erbe aromatiche, pietre addossate a terrazzare pendii…
Le origini si perdono nella leggenda e si collegano all’antica Cominium sannita distrutta da Roma nel 293 a.C.; di sicuro sappiamo che il territorio era un avamposto sannita allorché nel 329 a.C. Roma, per assicurarsi delle teste di ponte lungo la Via Appia, la Via Latina e l’odierna Via Sferracavallo, conquistò Terracina, Fregellae (San Giovanni Incarico) e più tardi, nel 303, Sora. La nascita del primo “santuario” non può essere anteriore al 304 d.C., anno in cui Donato, vescovo di Arezzo veniva martirizzato.
In quegli anni in cui il cristianesimo nascente cercava il riconoscimento da parte dell’Impero Romano, il primo monachesimo muoveva i suoi passi, e, abbattendo tutto ciò che rimaneva di culto pagano, dedicava i luoghi ai martiri più venerati. Le nostre terre, fin dall’epoca etrusca erano “terre di passo” per le genti di Arezzo e di Veio che avevano commerci con la colonia etrusca di Capua; questa che era la più ricca delle città italiche col suo… “suolo lieve e umido, facile da lavorare e che dava fino a quattro raccolti l’anno tra farro, miglio, orzo e ortaggi”… determinerà nei secoli il destino delle invasioni delle nostre valli, per il controllo delle vie romane e dei passi montani tra Nord e Sud.
L’invasione longobarda del 568 d.C. fu quella più rovinosa: Atina fu distrutta e gli abitanti uccisi. La stessa sorte toccò al Monastero di Montecassino edificato appena sessant’anni prima.
Le nostre terre fecero parte dei Ducati di Spoleto e Benevento. E’ nella successiva politica di pacificazione operata da papa Gregorio Magno e, in seguito, nel graduale avvicinamento dei longobardi al cristianesimo e alla civiltà latina dopo l’Editto di Rotari (643), che si può intendere la Donazione di Ildebrando, duca di Spoleto, al Monastero di San Vincenzo al Volturno, nel 778 d.C.  Qui per la prima volta veniva menzionata una “Aecclesiam Sancti Donati in territorio Cumino”…
La data del 778 d.C. rimanda storicamente ad altri fatti che accadevano nella nostra penisola e alla futura ingerenza del papato nel meridione: l’accordo della Chiesa con la monarchia franca e la nascita del Sacro Romano Impero. Carlomagno sottomette i principi longobardi e spingendosi fino a Capua consente al principe Arechi II di governare a patto che paghi un tributo. Lo stesso farà nell’ 866 l’imperatore Ludovico II che passando da Sora percorre la Via Latina fino a Capua, ma questa volta il motivo è ben più grave: i Saraceni stanno conquistando tutte le coste del Tirreno e attestandosi sul Golfo di Gaeta e sul Garigliano fanno scorrerie verso l’interno.
Le nostre valli vengono occupate progressivamente dalle popolazioni di Itri. Prudentio scriverà più tardi: … “San Donato è terra di passo, et ebbe principio da Itri, dove ancor oggi l’una terra con l’altra se portano affettione et se usa tra essi certa libertà e franchigia”. Le zone rivierasche, ormai proibitive, sono teatro di scontri fino alla battaglia sul Garigliano (915); le popolazioni in esodo raggiungono le pendici dei nostri monti e costruiscono cinte murarie attorno ai primi eremi e monasteri. E’ in questo periodo che si intensificano i rapporti con la Valle del Sangro e la piana del Fucino nella Contea dei Marsi: ancora oggi è tradizione per i sandonatesi raggiungere a piedi, in pellegrinaggio, la cittadina di Trasacco in onore di San Cesidio.
All’inizio dell’anno Mille, cavalieri normanni sono al soldo dei signori di Salerno e di Capua. Più tardi nel 1062 conquisteranno la stessa Capua e, con  questa, terranno in feudo anche la Contea di Arezzo;essi sono bene accetti da papa Niccolò II, il quale, cercando alleati per condurre in porto la politica di riforma, li nomina Vassalli della Chiesa. Nel 1150, Ruggiero il Normanno conquista la Val di Comino.
L’unificazione della dinastia normanna e sveva nella persona di Federico II di Svevia, diede nuovo impulso alle conteee e baronie locali di stampo ghibellino. L’Imperatore aumenta la fortuna dei Conti d’Aquino, che già detentori della nostra valle per piccoli periodi, intervallati dalla giurisdizione di Montecassino, ne entrarono definitivamente in possesso nel 1270. San Tommaso d’Aquino fu il più insigne rappresentante di questa casata in campo filosofico e religioso. I Conti d’Aquino organizzarono il loro territorio con fortificazioni e milizie tanto che il possedimento assunse la denominazione di “Castrum Sancti Donati”: la floridezza economica e militare che ne seguì fece di San Donato una Baronia.     
Il Castello è il Rione più antico del paese e geograficamente si colloca nella radice dell’Appennino, circoscritto da austere porte di accesso rivolte a Greco, Levante e Ponente. Nel 1632 G.P.M. Castrucci scriveva che “San Donato... è divisa in due Rioni, Castello, e Valle; il Castello è tutto cinto di mura, con le sue torri...”. Da sempre dediti al culto del Santo Patrono, nel XVI secolo gli abitanti del Rione costruirono in economia il Santuario del nostro Patrono.
Dopo il XV secolo il nostro territorio, chiamato Santo Donato Castello, viene conteso dalle famiglie Cantelmo, Cardona e persino dai Borgia. “Industriosi et fatiganti”, i sandonatesi del tempo erano dediti all’artigianato, infatti producevano “de li panni di lana, per loro uso et per vendere”. La loro abilità favorì contatti anche con le popolazioni dell’Umbria e della Toscana. A tal proposito, nel 1574, Prudentio annota la presenza di "mercanti nobili fiorentini, che fanno faccende assai tal che con la loro industria et sapere son fatti ricchissimi”. Oltre che nel lavoro artigiano, i nostri antenati si distinsero nell’ “arte della guerra”. Soldati di grande valore, eredi dell’antica milizia del Castrum Sancti Donati, i sandonatesi si fecero apprezzare in tutto il Regno per la lotta al brigantaggio. In tempo di pace, e fino al Settecento invece, diedero vita ad un originale Palio della Lotta. 
Nel 1595, in nome del Cardinale Tolomeo Gallio, il territorio passò alla famiglia Gallio di Alvito che lo amministrò per oltre duecento anni, con scarso e decadente interesse. Nel 1669, a causa di una grave pestilenza, la popolazione "che assommava a 2344 anime fu ridotta a sole 640. Nell'arco del XVII e XVIII secolo, San Donato ebbe un dominio stabile e non fu interessato da guerre per cui, nonostante battute d'arresto dovute a crisi demografiche, si ebbe un notevole sviluppo sia economico che urbano, superiore a quello degli altri centri del ducato di Alvito. Con vari gradi di interesse storico-artistico è quindi possibile notare l'espansione sei-settecentesca, con la costruzione nel centro urbano di palazzi signorili, piazze e l’ammodernamento di chiese e conventi.

Gli enigmi di San Fedele

San Fele sta per San Fedele, nell’attuale toponomastica,a partire dall’era Cristiana, e si trova alle pendici di San Donato Val di Comino. Anche al più impreparato dei visitatori il luogo incute un timore storico-mistico reverenziale, perché il fontanile, ormai senz’acqua, si mostra subito strano, per la sua testata, formata da un muro che appare simile alle grandi mura pelasgiche di Civitavecchia d’Arpino, o di Ferentino, o di Alatri. Siamo in aperta campagna, l’area è disegnata in un piccolo triangolo da stradine asfaltate, poche case, molti alberi la cui ombra è resecata dal fontanile che pare indicare, a seconda del chiarore o dell’oscurità, la chiave d’ingresso per un Mistero.
Ma dov’è l’enigma? Scava scava, come antichi paleontologi, si viene a sapere che fin dall’ VIII-VI secolo a.C. v’era un tempio pagano dedicato alla Dea Mefiti, dea mater posta a protezione dei boschi, delle acque e dai gas velenosi esalati dalla terra, da cui il termine mefitico ad indicare il maleodorante. Il pensiero va subito a Canneto, sito del Santuario, ma anche di un tempio pagano analogo che pare sia sepolto vicino la sorgente del Melfa a circa dieci metri di profondità. Ma siti simili, sempre dedicati alla Dea Mefiti, sono stati rinvenuti a Casalvieri in località Pescarola, e a Casalattico in località San Nazario.

 La Dea Mefiti può essere definita una divinità di transito, una sorta di medium, soprattutto per via delle esalazioni sulfuree, che venivano ritenute miasmi dell’inferno, tanto che la Valle dell’Ansanto, in Irpinia, altro luogo dedicato alla dea e caratterizzato da fortissime esalazioni sulfuree, veniva ritenuta addirittura una porta degli Inferi. Divinità di transito, Mefiti, perché oltre a proteggere piante e acque, veniva posta come schermo verso il regno dei morti, onde evitare, o comunque addolcire, attutire il trapasso.

L’enigma è dunque questo: cosa c’è dopo la morte? il buio e la notte eterna o la luce e la felicità? e cos’è Mefiti se non la personificazione dell’Amore, l’unico in grado di sconfiggere la Morte?
 Claudia Cedrone, tratto dal libro "San Donato in Terra di Lavoro - 1753 - 1816" edito dal Comune di San Donato Val di Comino

Le Miniere di San Donato Val di Comino

E' un itinerario che parte dal paese di San Donato Valcomino e sale verso il passo di Forca d'Acero, che si raggiunge in circa tre ore. A metà percorso circa ci sono le Miniere, le cui imboccature sono ormai coperte dalla vegetazione e quindi difficili da individuare. La zona è riconoscibile da una sorta di aia in pietra a bordo sentiero, dove veniva raccolta la Limonite (Ferro) che poi veniva portata a valle a dorso di mulo e trasferita alla Ferriera di Atina per la lavorazione.

Procedendo è possibile riconoscere sul versante sinistro della montagna la Roccia dei Tedeschi, raggiungibile con un sentiero, e così chiamata perchè postazione di controllo tedesca durante l'ultima guerra. Soprattutto ispezionava il percorso utilizzato dai prigionieri di guerra che dal campo di concentramento di Avezzano tentavano (erano obbligati) a riunirsi al loro esercito attestato sul fronte di Cassino.
Questa torretta di avvistamento, con i suoi camminamenti scavati nella roccia che sembrano costruiti ieri, ancora suscita l'emozione, il terrore, l'orrore, il rammarico della guerra.

San Donato Val di Comino: il soggiorno di Carolina
Bonaparte e il primo servizio di diligenze

Dal mese di giugno fino ad agosto 1878, nel complesso edilizio denominato il “Convento”, in San Donato Val di Comino, soggiornò la principessa Anna Carolina Bonaparte, figlia di Girolamo, chiamata in famiglia Letizia, come la nonna materna, madre di Napoleone Bonaparte.
San Donato solo da qualche anno aveva assunto la denominazione odierna di S. Donato Val di Comino: il decreto regio del 12 dicembre 1862, in attuazione della delibera del Consiglio Comunale del 26 ottobre 1862, aveva consentito tale variazione per evitare confusione con altri comuni ugualmente denominati San Donato.
Il soggiorno della principessa nel comune ciociaro fu determinato dalla necessità di consentirle un periodo di riposo per il recupero di un po’ di serenità in seguito ad una triste vicenda amorosa. Carolina aveva instaurato un rapporto sentimentale con un tenente dei Dragoni del regno di Napoli; tale rapporto fu fortemente osteggiato dalla famiglia. Per impedire che avesse seguito, il tenente fu mandato in Sicilia per una campagna di guerra, durante la quale l’ufficiale trovò la morte. Di qui la forte prostrazione psicofisica della principessa.
Giunse a San Donato su interessamento del noto medico di malattie nervose, dott. Quintino Fabrizio, originario dello stesso luogo e comproprietario del palazzo detto il Convento.
Per l’occasione, con lo scopo di agevolare il soggiorno di Carolina, fu istituito il primo servizio pubblico con carrozze trainate da cavalli tra il paese e Cassino, due volte la settimana, sì da consentire lo scambio di corrispondenza con il regno borbonico, di cui San Donato allora faceva parte.
Il servizio rimase poi in funzione in modo permanente fino agli inizi del ‘900, quando fu sostituito da mezzi veicolari e poi dai più moderni autobus della ditta SACSA (Servizio Automobilistico Cassino Sora Atina).
Durante il suo soggiorno a San Donato la principessa era solita fare escursioni fuori dell’abitato, per lo più verso le località Vorga e S. Paolo, su una lettiga portata da quattro addetti.
Le stanze dell’appartamento in cui fu ospitata, nell’ex convento, ora di proprietà dello scrivente e recentemente restaurato a sue spese, erano decorate con affreschi settecenteschi.L’edificio è interessante anche per il cortile interno la cui struttura poggia su colonne monolitiche di pietra che sorreggono la volta a crociera.
L’immobile, che risale al 1535, fu edificato per volontà della baronessa Ricci di Benevento, ricca e benestante, senza prole; fu concesso prima all’ordine dei frati Francescani, poi a quello dei Domenicani, infine a quello dei Carmelitani, per cui l’annessa chiesa è intitolata a S. Antonio e alla Madonna del Carmelo.
Di Ettore Volante

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